C’erano già tutti i sintomi, li abbiamo visti con la Brexit, con le elezioni di Trump e con il referendum italiano sulla riforma costituzionale.

I sintomi si sono manifestati subito dopo gli esiti inattesi. Speravano nell’elezione di Clinton, nella sconfitta della linea Brexit, nell’approvazione della riforma costituzionale. Il popolo, alla conta dei fatti, ha disatteso le loro aspettative e secondo le rispettive regole democratiche ha fatto una scelta legittima.

Ma chi sono loro? In questa piccola analisi non vado oltre la congettura che segue, fatta a partire dal popolo “sconfitto”, cioè gli elettori della Clinton, i sostenitori della Gran Bretagna membro dell’Ue e i sostenitori della riforma che vedevano in essa la soluzione di problemi italiani storici.

Questi sconfitti hanno manifestato i tipici sintomi della convinzione di superiorità morale e intellettuale che diventa violenza culturale contro gli elettori colpevoli di avere fatto la scelta sbagliata. La scelta sbagliata dimostra la loro inferiorità morale, intellettuale o entrambe: se non fossero inferiori avrebbero fatto la scelta giusta! Ecco dimostrato, per mezzo di un ragionamento circolare, la loro superiorità.

A mo’ di corollario hanno fatto diversi tentativi di ridurre l’elettore a uno stupido assoluto, un vecchio, un inetto, un debole di mente traviato dalla perversa propaganda russa. Per salvarci tutti hanno persino invocato il ritorno a un suffragio limitato, se non peggio.

La parte politica che abusa della lusinga dell’appartenenza all’aristocrazia intellettuale come strumento di controllo è storicamente identificabile con la sinistra. Solo in tempi recenti altre parti stanno sfidando lo strapotere della loro vanagloriosa egemonia culturale.

Anche se abbiamo assistito ai primi segni di cedimento nei freddi conteggi delle urne, nel tessuto sociale gli equilibri sono ancora incerti, mentre i gangli connessi con il controllo dell’informazione (che potrà essere fondamentale per la rivalsa, già iniziata) sono ancora a maggioranza sotto il loro controllo, anche se non più assoluto e indisturbato: si veda la lotta alle fake news che può colpire tanto le fake news vere e proprie quanto le espressioni del pensiero libero che si discostano dall’ortodossia del pensiero unico dominante o che si approcciano in modo critico-razionale all’analisi della situazione sociale e politica nazionale e mondiale giungendo a conclusioni diverse da quelle auspicate dai controllori.

Questa tecnica ha dato i suoi frutti e continua a incidere, ma non più in modo determinante come prima. È necessario fare un salto di qualità.

La politica professionista

Un indizio della trasformazione del popolo in massa degna solo di obbedire agli ordini di un potere esterno certificato e privata di qualsivoglia possibilità di esercizio del pensiero critico inizia dalla riformulazione, in seno a un regime democratico, del concetto di politica, che del resto è il locus privilegiato del controllo di massa.

Si fa strada l’idea che la politica deve essere fatta da professionisti e che questi siano nel compimento del loro dovere indipendenti dalla fonte della loro legittimazione e soprattutto siano in grado di fare la cosa migliore: chi meglio di un professionista sa cosa va fatto? Nessuno! Il professionista politico è al riparo dalle critiche degli inferiori e deve preoccuparsi solo di quelle dei suoi pari con i quali si contende il potere politico nelle stanze alte, al riparo dai capricci delle masse ignoranti, che sono quelle costituite dagli elettori che hanno le idee sbagliate: quelli che hanno le idee giuste sono utili e non hanno bisogno di essere domati essendo già volontariamente sottomessi.

La teoria però ha perso il potere di convincere, si trova in netto contrasto con la realtà fattuale dove vediamo il ministro dell’istruzione e il ministro della sanità, per citare due casi usati dalla propaganda non filogovernativa, che non sono all’altezza culturale del ruolo che ricoprono.

Questi esempi ci danno l’occasione di osservare l’oscillazione tra due tipi di professionismo: il professionismo politico propriamente detto e quello secondo il quale il ruolo professionale è dato dalla conoscenza settoriale che serve per svolgere al meglio il ruolo politico assegnato: il ministro dell’istruzione deve essere un pedagogo di bravura non inferiore alla media e il ministro della sanità deve essere un medico capace.

Quest’ultima idea si può liquidare facilmente con l’obiezione che i politici, essendo coinvolti nel processo legislativo, dovrebbero essere tutti dottori in legge. Questa conseguenza dell’idea originale è assurda e visibilmente incompatibile con la Costituzione. Perciò al politico non è richiesta nessuna conoscenza settoriale, anche se è una merce che può essere venduta in campagna elettorale.

Resta il professionismo politico propriamente detto. Da molti viene considerata giusta l’idea che il politico deve essere un professionista con esperienza accumuluta attraverso una lunga gavetta di attivismo politico che lo porta dal livello locale a quello nazionale passando attraverso diversi gradi. Nell’immaginario della moltitudine funzionale alle trame del potere questa esperienza lo rende un politico migliore.

Ma la realtà è diversa. Questa crescita professionale è gestita all’interno dei partiti in modo molto controllato così che facciano strada solo le persone utili, che abbiano dimostrato affidabilità e fedeltà al partito, cioè di essere in grado di svolgere bene il loro compito reale, che è quello di essere docili e strumentalizzabili dai veri poteri dietro la politica. Questo è il professionismo politico nella sostanza dei fatti.

Esclusi i dettagli dell’analisi di queste due facce del professionismo politico, resta la traccia psicologica che queste idee seminano nelle menti aprendo la strada alla seconda fase che abbiamo proprio sotto i nostri occhi: il burionismo (1, 2) è un esempio sintomatico dell’ordine di cose che stanno provando a imporre.

Non avrai più la facoltà di pensare

Con il seme del professionismo politico si arriva ad assestare un duro colpo alla democrazia: il professionista è chi sa e quindi sa fare e sa pensare. Chi meglio del professionista politico può governare il paese? Gli stessi elettori, una volta svolto il loro compito, non hanno più voce in capitolo perché 1) hanno concluso il loro dovere nelle urne e da quel momento in poi la loro voce non è più richiesta: silenzio, da adesso fino alle prossime elezioni (quando e se ci saranno) parlano i professionisti! 2) Sono inferiori al politico, che è un professionista, non possono pretendere di sapere meglio di lui quello che va fatto e come va fatto!

La scambio continuo tra elettori ed eletti, fondamentale in una democrazia funzionante, è stato interrotto. La volontà democratica fuori dalle urne ha spazi sempre più ridotti, sempre meno incisivi politicamente e sempre più addomesticati. Viene vista come una minaccia dagli stessi elementi che sono il centro della democrazia: i cittadini.

Uno dei successi di questo nuovo addomesticamento delle masse sta nell’essere riusciti a convincere gli intelligenti e colti che il professionista politico non va disturbato (tranne quando non è del proprio partito). Come si elimina la contraddizione che scaturisce dal fatto che il politico di un altro partito deve essere lui stesso un professinista della politica? Negando che lo sia.

Come fa l’intelligente e colto a distinguere il vero professionista dalla politica da quello finto che si trova lì solo perché esiste una massa di stupidi e ignoranti che l’hanno votato?

Attraverso l’identificazione ideale.

L’identificazione ideale svolge due funzioni:

  1. Rimuove la contraddizione grazie al fatto che l’intelligente e colto non si può identificare con chi non è intelligente e colto; non si identifica con il suo avversario politico, che infatti è stupido e ignorante e perciò non può essere un professionista: avete mai visto un professionista stupido e ignorante che ammirate per la sua intelligenza e cultura?
  2. Tiene a bada chi rifiuta questa logica e la sottomissione silenziosa al professionismo politico: solo gli stupidi e ignoranti non sono in grado di capire che è giusto che chi è colto e intelligente ha il diritto di lavorare indisturbato; questi stupidi e ignoranti hanno eletto altri stupidi e ignoranti e dal basso della loro stupidità e ignoranza credono di poter dialogare alla pari con i professionisti! I colti e intelligenti provano a rimetterli in riga e fare in modo che non disturbino i colti e intelligenti al potere.

Lo stupido e ignorante non sa quanto il professionista della politica e quindi non sa fare e non sa pensare: avete mai visto uno stupido e ignorante che sa pensare?

Dall’aristocrazia alla tecnocrazia extrastatale

Con la prima fase la democrazia diventa qualcosa di pericoloso perché pericolosi sono gli stupidi e ignoranti, sempre in maggioranza. La maggioranza viene identificata proprio con la massa degli stupidi e ignoranti (però bisogna ricordarlo solo quando questa massa fa la scelta sbagliata; se per puro caso fa la scelta giusta tutte queste considerazioni passano in secondo piano; gli intelligenti e colti si stupiscono ma sono contenti e soddisfatti).

Nella psicologia dell’identificazione ideale degli intelligenti e colti ci deve essere la certezza della loro scarsità numerica. Sono un’élite. Questo spiega anche perché le cose non vanno bene: gli intelligenti e colti provano a migliorare il mondo, ma sono sempre meno degli stupidi e ignoranti che rovinano o controbilanciano i successi e le buone intenzioni degli intelligenti e colti. La democrazia genuina è un pericolo perché dà la possibilità agli stupidi e ignoranti di prevalere con la forza dei numeri.

L’ideale è superare la democrazia, ma non si può fare dall’oggi al domani. La prima fase è il graduale passaggio a un’aristocrazia di fatto, che conservi la forma della democrazia man mano che perde la sua sostanza.

Uno degli ostacoli più evidenti per arrivare a compimento della fase due è che, man mano che la natura aristocratica del potere inizia a trapelare attraverso il velo della democrazia, un numero sempre maggiore di stupidi e ignoranti possono accorgersene. Nonostante gli intelligenti e colti abbiano lavorato duramente per rendere palese la stupidità e ignoranza delle masse, queste cominciano ad accorgersi che c’è un errore di ragionamento nel modo in cui gli intelligenti e colti certificano la loro superiorità: l’autopromozione, consapevole o inconsapevole, è un capolavoro di pensiero circolare.

Realizzato l’inganno ci si accorge che a sancira l’intelligenza e la cultura è un principio d’autorità soggettivo. Il recinto dell’intelligenza e della cultura è minacciato dalle masse che credono di potersi porre allo stesso livello dei migliori (l’aristocrazia) e questa convinzione usa lo stesso principio d’autorità soggettivo degli intelligenti e colti. L’unica distinzione, in effetti, è nel numero: i “veri” intelligenti e colti sono sempre in pericolo di essere schiacciati dal numero delle masse stupide e ignoranti che non capiscono l’enorme bene che fanno l’élite dei professionisti del potere politico, le uniche in grado di governare il mondo.

Come risolvere questo nuovo problema emerso negli ultimi 10-20 anni? Come fare a tenere più tese le briglie che controllano la democrazia?

Per avviarsi al compimento della fase due serve fare in modo che i giudizi intelligente e colto e stupido e ignorante non possano essere sostituiti l’uno con l’altro a seconda della percezione soggettiva di chi dà quei giudizi: occorre qualcosa che non possa essere relativizzato. Occorre un principio universale e oggettivo che separi in modo inoppugnabile le due categorie.

Serve la Scienza, a cui le masse devono inchinarsi, che siano intelligenti o stupide: la Scienza non si discute, è oggettiva (così credono superficialmente i più). Chi la discute svela la sua stupidità e ignoranza come un dato di fatto oggettivo.

Così arriviamo alla tecnocrazia che mira a sostituire nella sostanza la democrazia, che resta come forma allo scopo di nascondere questo cambiamento per mezzo della sua valenza simbolica (il potere dei simboli!).

Però c’è ancora un problema da risolvere: i tecnocrati non sono stati eletti. Visto che la democrazia deve rimanere nella sua forma è necessario che siano candidati e che siano eletti. Le masse stupide e ignoranti, menti deboli facilmente vittime del populismo, potrebbero eleggere altri candidati non appartenenti alla categoria: riscrivere la costituzione in modo da escludere dalla competizione elettorale chiunque non possa essere chiamato scienziato non è fattibile (non ancora!).

È un problema? No.

Si può sperimentare la formula della tecnocrazia extrastatale: il governo deve obbedire ai tecnocrati che non sono al governo (identificato per comodità con lo stato). Lo Stato dovremmo essere noi, ma a questa descrizione ingenua manca la capacità di esprimere cosa significa all’atto pratico: il governo in carica esprime la volontà collettiva dello stato.

C’è ancora il problema del parlamento, ancora troppo legato al popolo sovrano. Non c’è bisogno di arrivare al compimento della fase tre: già nella fase due gli stupidi e ignoranti all’interno del Parlamento non hanno armi efficaci per controbilanciare l’azione del governo.

Gli intelligenti e colti appoggeranno la tecnocrazia, che sia statale o extrastatale, perché vogliono conservare la qualifica e continuare a sentirsi parte della famiglia delle élite filantrope che vogliono solo il bene di ogni essere umano.

Molti stupidi e ignoranti si autocensureranno per paura di essere riconosciuti: chi vuole oggettivamente far parte della famiglia degli stupidi e ignoranti? La maggioranza, per paura di essere messa al margine della civiltà, tacerà e si piegherà a questo autoritarismo scientifico, mescolandosi alle forze degli intelligenti e colti.

Quando convinci le persone che le verità scientifiche così come vengono recitate dagli scienziati non danno suggerimenti al potere politico, che in democrazia ha il popolo come unico legittimatore, ma danno ordini che non possono esere disobbediti, la fase della tecnocrazia extrastatale è compiuta.

Questa impalcatura non funzionerebbe bene se le masse avessero un’idea corretta di cosa è la scienza e come procede la conoscenza scientifica. Se fosse così si accorgerebbero che la scienza, per poter servire alla tecnocrazia extrastatale, deve diventare dogmatica ed eliminare ogni forma di dubbio sui risultati conseguiti. Deve negare la stessa possibilità di avanzare come ha fatto da quando si è stabilito il metodo scientifico, perché questo avanzamento potrebbe consistere nella falsificazione di un risultato precedente su cui si è fondata un’intera scuola di pensiero e una dottrina politica.

Quella che ho chiamato fino ad ora scienza in realtà possiamo chiamarlo scientismo.

Naturalmente questa è la punta dell’iceberg. Sotto questa punta c’è un mondo sommerso molto complesso.

Il fattore umano, che è la ragione della complessità di questo mondo sommerso, ci dice che i sacerdoti della scienza sono in mano, economica e non solo, agli interessi dell’industria che li finanzia e senza la quale non potrebbero fare ricerca e non potrebbero vivere del mestiere che si sono scelti. Per questo sono manipolabili; se non si piegano al compromesso, se non diventano utili per il loro vero datore di lavoro, la loro ricerca resterà sempre al margine (se non lo è già perché non tocca gli interessi core delle industrie interessate). Quando ci sono forti interessi in gioco i ricercatori, quelli che fanno davvero il lavoro di laboratorio, non sono liberi di scegliere su cosa fare ricerca. Non decidono per quali ricerche e quali risultati fare pubblicazioni, né sanno veramente perché una pubblicazione viene accettata e un’altra respinta.

La scienza non è libera e ci sono campi del sapere, come quello della medicina, dove l’assenza di risultati definitivi e conclusivi è la regola. Ora che la scienza è stata eletta a dogma diventando scientismo, ora che i sedicenti scienziati, quelli fedeli alla dottrina ortodossa e utili alla causa della tecnocrazia, sono stati incoronati re supremi e unici sacerdoti del culto, si può dire che la fase due si è compiuta con successo.

Letture consigliate

La citazione

Passo e chiudo con questa citazione perché è una frase che ho letto da poco e l’ho trovata idonea a questo scritto se la rileggete tenendo a mente la delega all’utilizzo del cervello. È l’ultima frase di un articolo dal titolo Voglio una vita condizionata. Consiglio la lettura dell’articolo e di seguire il blog.

Viene da pensare che ci hanno talmente abituati alla delega a cominciare dalle urne, che siamo così addestrati all’irresponsabilità da aver bisogno di guardiani, controllori, vigilantes che tengano a freno i nostri istinti. E da considerare inevitabili restrizioni, intimidazioni, repressioni, limitazioni di movimenti, azioni, aspirazioni. Di una in particolare, sopita, repressa, vissuta con senso di colpa, quella alla libertà.